Elezioni Amministrative in Turchia: Dov’è Finita la Sinistra?

by aytekinkaankurtul

sinistra.ch, 4 aprile 2014

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Dov’è andata la sinistra? O meglio, come ha vinto Recep T. Erdoğan? A queste domande si risponde partendo proprio dalle proteste di Gezi Parkı e dalle sue politiche fallite in Siria, Egitto ed Iran. Poi si procede con la cosiddetta “Tangentopoli turca” e  le ultime “leaks” che hanno rivelato i rapporti sporchi della sua famiglia e i piani guerrafondai di un suo ministro.

Da questo punto di vista superficiale, comunque, la domanda diventa più complicata. Nonostante i brogli, i quali verranno trattati prossimamente, è chiaro che Erdoğan ha il consenso di una certa porzione della popolazione turca e la ragione è abbastanza semplice e “tradizionale”. Dall’altra parte, questa “vittoria ottomana” si tratta anche della riflessione della formazione di un”asse del male” tra il centrosinistra (il Partito Repubblicano del Popolo, CHP) e la Setta di Fetullah Gülen (ovvero la “stay behind” islamica della Turchia), la quale era la complice principale del regime di Erdoğan quando centinaia di giornalisti, accademici, militari e politici erano stati imprigionati per anni nell’assenza di una sentenza definitiva (processo Ergenekon, caso OdaTV, processo Balyoz).



Ma come è stata realizzata questa strana alleanza? La risposta è semplice: quando la Setta Gülen ha visto che il Governo Erdoğan era una nave che affondava, ha subito cambiato la sua posizione e ha cominciato a sostenere le cerchie neoliberali del centrosinistra.

A questo punto le domande più frequentate sono: Erdoğan ha vinto nonostante la volontà dell’Occidente? Come mai la sinistra radicale non ha potuto riflettere quel consenso popolare che aveva acquistato in estate sui risultati elettorali? Le politiche interne di Erdoğan hanno avuto dei risultati positivi? Cercheremo di rispondere a queste domande fondamentali.

La “fuga al centrosinistra” e l’Erdoğan “patriota”

Certamente, ci sono dei comunisti in Turchia e Erdoğan non è mai stato un patriota – anzi, lo stesso Erdoğan ha affermato numerose volte che il suo partito ha “distrutto ogni tipo di patriottismo” e si è riferito soprattutto alla “fratellanza religiosa”, un’espressione che si sente molto spesso nel Medio Oriente e in Egitto.

Comunque, l’alleanza tra il centrosinistra e la Setta Gülen ha dato l’impressione che “Erdoğan può essere rovesciato”. Questa illusione era così diffusa che il popolo laico e dissidente ha appoggiato i candidati del centrosinistra che stanno vicini alla Setta Gülen, come Mustafa Sarıgül ad İstanbul e Aziz Kocağolu, l’ex “funzionario intellettuale” del Governo Erdoğan, ad İzmir (Smirne).



Per di più, Erdoğan ha usato questa alleanza per legittimizzarsi davanti al Popolo dicendo “questa struttura parallela che prende gli ordini da Pennsylvania (dove abita Gülen) mira a distruggere il nostro Stato!” e ha definito le proteste di Gezi Parkı come “una minaccia posta da certe potenze estere per bloccare il nostro cammino verso la Nuova Turchia”, accusando i manifestanti di “collaborazionismo”.

È ben chiaro che Erdoğan non è un leader “indipendente”, anzi il fatto che egli appoggia ancora i terroristi fondamentalisti in Siria, prova ad incitare i tatari di Crimea e gli albanesi in Serbia a ribellarsi e continua a condurre una “proxy war” contro l’Iran mostra la sua affiliazione all’Occidente, ovvero al Fronte Atlantico.

Ciò nonostante, il fatto che il centrosinistra, pur essendo “l’opposizione principale”, non abbia mai offerto un’alternativa economica e geopolitica al popolo (essendo comunque fedele alla NATO e all’UE e promuovendo politiche neoliberali) ha dato un certo vantaggio ad Erdoğan, perché era chiaro che lo stesso sistema continuerebbe anche nell’assenza di Erdoğan.



In sintesi, gli elettori comunisti hanno pensato di poter rovesciare Erdoğan e hanno votato centrosinistra, creando la cosidetta “fuga al centrosinistra”. Dall’altra parte, Erdoğan ha consolidato la sua base creando l’immagine di una minaccia estera allo stato turco.

Ciò detto, in realtà, la vittoria di Erdoğan non è stata una vittoria “indiscussa” visto che questa volta, i suoi brogli sono stati molto chiari.

Urne rubate, schede bruciate, voti non contati, oscuramenti e gatti

In una “democrazia” liberale, a prescindere dalle manipolazioni dei media e dalle politiche invariabili, i militanti del partito al governo non dovrebbero rubare le urne e bruciare gli scrutini bruciati (link)

. Ovviamente i servi del regime non ne hanno reso conto. Centinaia di urne elettorali sono state rubate in varie province e questi atti fraudolenti sono stati registrati da giornalisti e testimoni ufficiali nelle province di Ankara, Afyonkarahisar, Kütahya, Yalova ed İstanbul (link). 

Per di più, sono stati trovati centinaia di schede bruciate nella discarica comunale di Ankara, i quali erano tutti voti validi per i partiti dell’opposizione (link). Alla fine, sempre durante i conteggi, sono stati testimoniati degli oscuramenti nei quartieri più popolati delle città metropolitane, soprattutto ad İstanbul e ad Ankara. Anche se tali oscuramenti erano stati testimoniati anche durante le ultime due elezioni, il ministro dell’energia turco,Taner Yıldız ha affermato che questi erano “dovuti ai gatti che hanno bloccato i trasformatori”. Cose ottomane.

Questi fatti tragici (anzi, tragicomici) sono stati i motivi principali delle 512 petizioni per il riconteggio dei voti. Occorre notare che in alcune province i riconteggi sono stati realizzati e il partito di Erdoğan ha perso le province di Kütahya e Yalova a favore dei partiti dell’opposizione.

La domanda iniziale

Dopo aver chiarito le condizioni politiche possiamo tornare alla nostra domanda iniziale: dov’è andata la sinistra?

Innanzitutto osserviamo che la sinistra è riuscita a trarre un certo vantaggio dal calo dei voti del braccio legale dell’organizzazione separatista curda armata PKK, ovvero il BDP. Benché il partito separatista sia riuscito a consolidare il proprio potere in alcune province come Diyarbakır, Hakkari e Van, nella provincia di Tunceli (la quale ha sempre avuto una popolazione di sinistra) i partiti comunisti sono riusciti a liberare alcuni comuni dall’egemonia del PKK.

Infatti, la coalizione tra il Partito Comunista di Turchia (TKP) e la Federazione dei Diritti Democratici (un’organizzazione maoista locale) ha conquistato il comune di Ovacık mentre la coalizione tra il Partito Libertà e Solidarietà (ÖDP) e la medesima Federazione dei Diritti Democratici ha vinto nel comune di Malazgirt, sconfiggendo i candidati del BDP/PKK. Tuttavia, nessuno di questi partiti è riuscito a prendere più di 25 mila voti a livello nazionale.

Il Partito della Liberazione Popolare (HKP, che segue la dottrina del teorico marxista turco, Hikmet Kıvılcımlı) , dall’altra parte, è riuscito a prendere 22 mila voti nonostante il fatto che aveva partecipato alle elezioni per la prima volta. Il successo relativo di questo partito ha mostrato che esso gode del consenso di migliaia di comunisti nonostante le sue dimensioni.

La sorpresa più prominente è stata il relativo insuccesso del partito comunista più grande e diffuso del paese, ovvero il Partito dei Lavoratori (IP). Vari sondaggi indicavano che esso potesse prendere fino a 500 mila voti con la recente liberazione dal carcere del suo presidente e i suoi forti candidati nelle città metropolitane, nonostante la censura dei massmedia. Ciò non è successo e IP è rimasto stabile con poco più di 100 mila voti.

 D’altronde, va detto che il candidato della coalizione tra il Partito dei Lavoratori e il Partito Repubblicano del Popolo è riuscito di fatto a conquistare l’importante provincia di Ankara, la capitale, anche se la sua vittoria non è stata confermata a causa dei gravissimi brogli in corso di analisi.

Una sintesi e una previsione

La vera riflessione sociale delle ultime elezioni è stata la perdita della fiducia nel sistema elettorale. Il popolo turco che si oppone alle politiche neoliberali, guerrefondaie e reazionarie di Erdoğan si sente più alienato e non pensa più che si possa liberare da questa dittatura nel quadro del sistema elettorale attuale.

Dall’altra parte i dati economici non sono favorevoli ad Erdoğan. La lira turca ha visto una svalutazione storica rispetto al dollaro e un euro equivale ancora a tre lire turche. Questo sarebbe stato un vantaggio nelle esportazioni ma ormai la produzione nazionale turca è stata distrutta nel corso degli anni con l’entrata nell’Unione Doganale dell’Unione Europea (senza far parte dell’Unione Europea) e l’economia turca si basa soprattutto sulle importazioni. Quindi nei prossimi mesi il sistema può avere delle difficoltà nel soddisfare la domanda nazionale.

Per quanto riguarda l’economia interna in senso stretto, invece, l’inflazione ha raggiunto il punto massimo degli ultimi 8 mesi e la Banca Nazionale ha previsto che questo aumento possa continuare fino al mese di luglio. 

In altre parole, possiamo dire che la resistenza sociale contro la dittatura non è un fenomeno temporaneo.

A questo punto, il dovere dei comunisti è quello di convincere le masse popolari alla soluzione vera e non pensare solo a “cogliere l’attimo”. Il Partito dei Lavoratori ha già provato a convincere i partiti dell’opposizione ad unirsi e quel progetto avrebbe vinto comunque, nella presenza dei dati elettorali “ufficiali”. Tuttavia, ora è più chiaro che questi partiti si preoccupano solo del mantenimento del sistema e quindi sono incapaci di guidare le masse verso una vittoria definitiva.

In ogni caso, il Partito dei Lavoratori, essendo il partito comunista più grande, ha ora l’obbligo storico di unire la sinistra per preparare le masse ad una lotta concreta in questo periodo oscuro. Il Presidente di IP, Doğu Perinçek sembra di aver realizzato questa tappa offrendo la rifondazione dello storico TIP, il Partito dei Lavoratori della Turchia (il primo e fin’ora unico partito comunista della storia della Turchia ad entrare il parlamento nazionale negli anni ’60) dal quale è nata la maggior parte della diaspora comunista di oggi.

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