Aytekin Kaan

Ex aequo.

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I terroristi dell’ISIS a Kobanê (Ayn al-Arab). Israele sostiene l’idea di un “Kurdistan” indipendente!

Pubblicato su sinistra.ch il 10 ottobre 2014.

Il mondo sta guardando la scena con timore: un gruppo di tagliateste creato per ricambiare il gioco sanguinoso nella periferia del mondo – detta Medio Oriente – assedia una piccola città siriana di nome Ayn al-Arab che, nel 2012 era stata conquistata dalle milizie separatiste curde del PYD (il braccio siriano del PKK di Abdullah Öcalan) e che da quel punto in poi viene chiamata Kobanê soprattutto nei media occidentali.

Le immagini sono straordinarie: gli islamici stuprano le donne, uccidono i bambini, le donne resistono con le armi e il popolo curdo combatte il nemico che i loro compatrioti arabi e turcomanni combattevano da anni. A questo punto si realizza l’ipocrisia: la Sinistra occidentale (ormai davvero “sinistrata”) che taceva quando i turcomanni iracheni venivano massacrati dagli stessi mostri dello Stato Islamico o quando l’esercito siriano combatteva quasi tutti i gruppi salafiti nella regione, sono diventati “i sostenitori della resistenza curda” contro “un prodotto turco” (come dire che i fascisti di Pravij Sektor siano un “prodotto ucraino”, negando il burattinaio che li manovra). Una vittoria della disinformazione, forse?

È una domanda complicata, lo so. Poi quando si parla del Medio Oriente gli affari politici sono sempre complicati e spesso sporchi. Per fare un esempio: se una forza anti-imperialista come l’Iran si allea con i peshmerga (le milizie di Massud Barzani), i suoi ex-rivali filo-statunitensi, per poter sconfiggere lo Stato Islamico prima che intervenissero “i campioni della democrazia”, allora la situazione è davvero strana! In ogni caso, dobbiamo notare il successo dell’imperialismo statunitense: quando si pensava che l’Impero fosse morto, lo stesso Impero è riuscito a vincere in due fronti – ma questa è una questione più ampia.

In sintesi, si vede che l’ignoranza occidentale sulle questioni che riguardano il Medio Oriente è stata risuscitata con l’incursione dell’ISIS e più particolarmente con l’assedio di Ayn al-Arab/Kobanê. Una cosa da sottolineare: qui il motivo non è quello di sottovalutare lo sforzo di un popolo che lotta per la sopravvivenza, ma quello di indicare quanto è efficace la disinformazione in Occidente, soprattutto quando si parla delle figure politiche curde come Barzani ed Öcalan.

La minaccia che legittima la balcanizzazione

La frenesia dello Stato Islamico ha avuto inizio con la caduta della città di Mosul in Iraq a giugno. Nello stesso periodo, c’è stato un “cessate il fuoco” assai strano tra l’ISIS e il governo autonomo curdo ad Erbil (come evidenziato anche da note riviste di geopolitica come “Le Monde Diplomatique“) e queste due forze si sono unite di fatto nell’opposizione al governo centrale iracheno, il quale era decisamente filo-iraniano. Questo evento è stato seguito da una dichiarazione molto sincera da parte di Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, che ha affermato apertamente che “il Kurdistan deve essere indipendente se vogliamo combattere l’ISIS”. Poi, noti ex-diplomatici israeliani hanno commentato che l’Israele dovrebbe “convincere i turchi che questa mossa è più anti-iraniana che anti-turca”, ma si vedeva che il regime di Tayyip Erdoğan in Turchia non aveva bisogno di una tale convinzione: infatti, la prima esportazione ufficiale di petrolio del governo autonomo curdo è stato realizzato proprio grazie alla Turchia e l’importatore non era altro che …Israele!

E questo che cosa c’entra con il PKK, che è un’entità diversa dal governo autonomo curdo in Iraq? Innanzitutto, è un dato di fatto che il PKK è stata la prima fazione ad avvantaggiarsi dall’autonomia curda in Iraq, considerando il fatto che il loro quartier generale sta a Monte Qandil che si trova proprio nella zona amministrata dall’attuale governo autonomo. Un’organizzazione che non ha sparato neanche una volta agli invasori statunitensi, il PKK è sempre stato di fatto protetto dalle azioni degli Stati Uniti nella regione, come appunto la dichiarazione di una “no-fly zone” dopo la Guerra del Golfo e l’opposizione degli Stati Uniti ad un’operazione militare turca nella zona amministrata dai curdi nel 2008 (la quale è stata seguita da una simile opposizione ad un’operazione militare iraniana più recente). Peraltro, il PKK e il governo autonomo curdo in Iraq sono alleati ufficiali contro l’ISIS e godono dell’appoggio degli Stati Uniti. Si può dedurre la densità di questa alleanza anche dall’ultima lettera di Öcalan a Barzani. Due condottieri che lottano per il proprio “Kurdistan”, anche se non hanno delle ideologie molto diverse – è una storia che si può sentire in qualsiasi periodo di caos, ma di questo parleremo dopo.

L’ordine del giorno: negoziare

Non è un fatto ben conosciuto in Occidente ma il regime di Erdoğan in Turchia e il PKK negoziano apertamente dal 2013 e ultimamente è stata emanata una legge che agevola i negoziati tra le parti. Infatti tali negoziati sono stati il primo motivo con cui il movimento separatista curdo decise di ritirarsi dalle proteste di massa contro Erdoğan partite dal Gezi Park nell’estate 2013, dichiarando addirittura che “abbiamo visto dei manifestanti che volevano realizzare un colpo di stato e rovesciare il governo, perciò ci siamo allontanati da Gezi Park”. Anche oggi vediamo che sia il regime turco che il PKK si minacciano vicendevolmente di “cessare i negoziati” quando l’altra parte non accetta le sue condizioni. In altre parole, mentre la Turchia rischia di diventare una nuova Jugoslavia e i cittadini coraggiosi della Siria combattono le orde jihadiste, questi “rappresentanti” dei propri popoli agiscono come se tutto questo fosse un gioco di poker in cui “è all-in: o si vince tutto o si perde tutto”. Da non dimenticare che parliamo di un’organizzazione il cui leader si era definito chiaramente come un “subappaltatore” degli altri, possiamo davvero aspettare una minima sensibilità?

Un “leader” in fuga

Quando c’è una lotta, i leader rimangono con i loro seguaci per guidarli: questa è la regola generale. Ciò comunque non vale nel caso della resistenza ad Ayn al-Arab/Kobanê, siccome il leader del PKK siriano, Salih Müslim, è scappato in Danimarca circa una settimana fa per “fare dei colloqui”. È una storia strana ma non finisce qui: dopo aver fatto i “colloqui”, Müslim è venuto in Turchia per dialogare con l’intelligence turca (il cosiddetto MİT) e il primo ministro turco Ahmet Davutoğlu (come ha riportato il settimanale “soL”, organo del Partito Comunista (KP) di Turchia). La notizia è stata confermata da una fonte filo-governativa, il quotidiano “Sabah”, la quale ha sottolineato che Müslim ha promesso di “NON collaborare con l’esercito siriano” (contro l’ISIS) in cambio dell’aiuto turco. Più recentemente, lo stesso Müslim ha commentato, riferendosi ai suoi incontri in Turchia, quanto segue: “collaboriamo anche con il Libero Esercito Siriano per combattere lo Stato Islamico […] la Turchia dovrebbe sostenerci nella nostra lotta, è uno dei punti sui quali abbiamo raggiunto un accordo […] saremmo favorevoli ad una soluzione che include anche la Turchia”. A questo punto sarebbe opportuno ricordare che il PYD, ossia la sezione siriana del PKK, aveva collaborato col Libero Esercito Siriano prima di dichiararsi neutrale, e in seguito aveva cominciato a collaborare con l’Esercito Nazionale Siriano (guidato dal Presidente Bashar al-Assad e sostenuto dal Partito Comunista Siriano) solo dopo aver visto che quest’ultimo stava vincendo.

Una forza progressista?

Uno dei principali argomenti a favore del PKK è senza dubbio il “fatto” che esso è una “forza progressista” nella regione. Se il punto di riferimento è l’ISIS, allora anche Erdoğan potrebbe essere considerato progressista, ma per assolutizzare tale analisi ci vuole anche un approccio progressista generale. Mi pare che ci sia un po’ di confusione su questo punto. Infatti penso che nessuno sia venuto a sapere che il PKK usa una retorica assai islamista in Turchia e organizza eventi per promuovere una società “fedele alle tradizioni dei nostri popoli” per “combattere la modernità”. Uno di questi eventi era il “Congresso per un Islam democratico” in cui Öcalan è intervenuto con una lettera nella quale ha affermato “ritengo che dobbiamo incorporare la nostra lotta democratica e popolare nei principi della religione islamica contro lo statalismo rappresentato dai due grandi centri politici dell’Islam attuale: il nazionalismo arabo e lo sciismo iraniano […] è importante vedere che il concetto moderno dell’Umma (unità religiosa nella terminologia islamica) è multiculturale.” Inoltre si vede che il PKK si allontana sempre di più dal concetto del socialismo. Infatti, Öcalan non si considera più un marxista, definendosi come “un hegeliano” e riferendosi alla sua lotta come “una lotta contro la modernità rappresentata dal capitalismo e dagli stati nazionali” . Più recentemente, uno scrittore del giornale filo-PKK “Özgür Gündem”, ha “sviluppato” questa posizione di Öcalan dicendo che “il concetto dell’autonomia democratica è un concetto più progressista del socialismo”. Abbiamo visto un approccio simile, che però ha avuto anche un carattere provocatorio anche durante le ultime manifestazioni a favore della resistenza ad Ayn al-Arab/Kobanê, in cui i manifestanti affiliati al PKK hanno bruciato le statue di Mustafa Kemal Atatürk, il comandante anti-imperialista e amico dei Sovietici, nonché fondatore della Turchia laica e moderna.

Sul ruolo reazionario del PKK si possono dire tante cose, ci limitiamo ad affermare qui che la lotta per la sopravvivenza delle donne in Siria settentrionale non riflette l’ideologia dei personaggi che pretendono di essere i “rappresentanti” dei curdi.

Solidarietà e i vari toni di grigio

Come si può vedere, nel Medio Oriente, e più particolarmente in quest’ultimo assedio, non si può parlare di uno scontro tra nero e bianco, ma esistono i vari toni (scuri) di grigio. È vero che c’è una lotta orgogliosa da parte del popolo curdo contro le orde jihadiste create dall’imperialismo statunitense, ma è un dato di fatto che se le figure politiche curde non avessero “negoziato” con le forze reazionarie nella regione (come il Libero Esercito Siriano e il regime di Erdoğan) per balcanizzare la Siria, oggi lo Stato Islamico non avrebbe avuto la possibilità di massacrare il popolo curdo. In questa crisi politica ed umanitaria, un comunista dovrebbe opporsi a qualsiasi intervento militare dagli eserciti della NATO (e qui una parte della sinistra turca si è persa completamente), rimanere solidale con i popoli della Siria che resistono all’imperialismo, richiedere l’apertura dei confini per permettere ai contadini curdi di aiutare i loro parenti in Siria ed esigere che lo Stato turco smetta di fornire armi alle organizzazioni fondamentaliste e separatiste, lo Stato Islamico e il PYD in primis.

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Perché la Turchia è in fiamme? – Intervista ad Aytekin Kaan Kurtul.

Una mia intervista a cura del compagno Gabriele Repaci, sulle manifestazioni di Gezi Parkı.

Fronte Popolare

taksim “Abbiamo preso Taksim, ora è la volta di prendere il potere” – Unione della Gioventù di Turchia (TGB).

Intervista a cura di Gabriele Repaci.

Sono passati ormai più di dieci giorni da quando la rivolta è esplosa in Turchia. Tutto è cominciato il 28 maggio scorso quando una cinquantina di persone ha organizzato un sit-in in Piazza Taksim, a İstanbul, per protestare contro la decisione del governo di radere al suolo il parco Gezi per ricostruire le antiche caserme militari ottomane che un tempo sorgevano al suo posto e farne un museo o un centro commerciale. La durezza con la quale le forze dell’ordine hanno trattato i manifestanti ha spinto molte persone a scendere nelle strade delle altre città del paese per esprimere il proprio dissenso nei confronti dell’amministrazione Erdoğan. Secondo diverse associazioni per la difesa dei diritti umani nelle proteste sono rimaste uccise tre persone, ci sono stati 2.800…

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Mi dispiace, ma non mi commuovo per il Dalai Lama!

Un ottimo articolo del compagno Massimiliano Ay sulla questione tibetana.

Massimiliano Arif AY

LamaUn treno veloce collegherà a breve il Tibet al resto della Cina: l’arrivo della piena modernità agita chi coltiva progetti restauratori per quella regione del mondo in cui da cinquant’anni anche le donne finalmente vanno a scuola. C’è da constatare come a volte i fumi di certi incensi siano volti, più che alla purificazione dello spirito, all’annebbiamento della comprensione degli avvenimenti. Certo si è sempre contro violenza e repressione, ma che cosa è successo in Tibet? Gruppi di nazionalisti tibetani hanno assaltato non i luoghi del potere politico, ma i negozi dei commercianti cinesi. Morti e feriti si sono verificati tra tibetani e cinesi. Può tutto questo essere ricondotto alla solita tesi dei cattivi cinesi e dei poveri monaci? Credo di no! Siamo tutti d’accordo nel chiedere al governo cinese moderazione nella gestione dell’emergenza, ma l’isteria del “Free Tibet” spopola sui media occidentali facendo passare informazioni palesemente distorte per abituare…

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La formazione morale dei comunisti

Dobbiamo ringraziare il compagno Alessio Arena per la traduzione di questo articolo illuminante.

Elezioni Amministrative in Turchia: Dov’è Finita la Sinistra?

sinistra.ch, 4 aprile 2014

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Dov’è andata la sinistra? O meglio, come ha vinto Recep T. Erdoğan? A queste domande si risponde partendo proprio dalle proteste di Gezi Parkı e dalle sue politiche fallite in Siria, Egitto ed Iran. Poi si procede con la cosiddetta “Tangentopoli turca” e  le ultime “leaks” che hanno rivelato i rapporti sporchi della sua famiglia e i piani guerrafondai di un suo ministro.

Da questo punto di vista superficiale, comunque, la domanda diventa più complicata. Nonostante i brogli, i quali verranno trattati prossimamente, è chiaro che Erdoğan ha il consenso di una certa porzione della popolazione turca e la ragione è abbastanza semplice e “tradizionale”. Dall’altra parte, questa “vittoria ottomana” si tratta anche della riflessione della formazione di un”asse del male” tra il centrosinistra (il Partito Repubblicano del Popolo, CHP) e la Setta di Fetullah Gülen (ovvero la “stay behind” islamica della Turchia), la quale era la complice principale del regime di Erdoğan quando centinaia di giornalisti, accademici, militari e politici erano stati imprigionati per anni nell’assenza di una sentenza definitiva (processo Ergenekon, caso OdaTV, processo Balyoz).



Ma come è stata realizzata questa strana alleanza? La risposta è semplice: quando la Setta Gülen ha visto che il Governo Erdoğan era una nave che affondava, ha subito cambiato la sua posizione e ha cominciato a sostenere le cerchie neoliberali del centrosinistra.

A questo punto le domande più frequentate sono: Erdoğan ha vinto nonostante la volontà dell’Occidente? Come mai la sinistra radicale non ha potuto riflettere quel consenso popolare che aveva acquistato in estate sui risultati elettorali? Le politiche interne di Erdoğan hanno avuto dei risultati positivi? Cercheremo di rispondere a queste domande fondamentali.

La “fuga al centrosinistra” e l’Erdoğan “patriota”

Certamente, ci sono dei comunisti in Turchia e Erdoğan non è mai stato un patriota – anzi, lo stesso Erdoğan ha affermato numerose volte che il suo partito ha “distrutto ogni tipo di patriottismo” e si è riferito soprattutto alla “fratellanza religiosa”, un’espressione che si sente molto spesso nel Medio Oriente e in Egitto.

Comunque, l’alleanza tra il centrosinistra e la Setta Gülen ha dato l’impressione che “Erdoğan può essere rovesciato”. Questa illusione era così diffusa che il popolo laico e dissidente ha appoggiato i candidati del centrosinistra che stanno vicini alla Setta Gülen, come Mustafa Sarıgül ad İstanbul e Aziz Kocağolu, l’ex “funzionario intellettuale” del Governo Erdoğan, ad İzmir (Smirne).



Per di più, Erdoğan ha usato questa alleanza per legittimizzarsi davanti al Popolo dicendo “questa struttura parallela che prende gli ordini da Pennsylvania (dove abita Gülen) mira a distruggere il nostro Stato!” e ha definito le proteste di Gezi Parkı come “una minaccia posta da certe potenze estere per bloccare il nostro cammino verso la Nuova Turchia”, accusando i manifestanti di “collaborazionismo”.

È ben chiaro che Erdoğan non è un leader “indipendente”, anzi il fatto che egli appoggia ancora i terroristi fondamentalisti in Siria, prova ad incitare i tatari di Crimea e gli albanesi in Serbia a ribellarsi e continua a condurre una “proxy war” contro l’Iran mostra la sua affiliazione all’Occidente, ovvero al Fronte Atlantico.

Ciò nonostante, il fatto che il centrosinistra, pur essendo “l’opposizione principale”, non abbia mai offerto un’alternativa economica e geopolitica al popolo (essendo comunque fedele alla NATO e all’UE e promuovendo politiche neoliberali) ha dato un certo vantaggio ad Erdoğan, perché era chiaro che lo stesso sistema continuerebbe anche nell’assenza di Erdoğan.



In sintesi, gli elettori comunisti hanno pensato di poter rovesciare Erdoğan e hanno votato centrosinistra, creando la cosidetta “fuga al centrosinistra”. Dall’altra parte, Erdoğan ha consolidato la sua base creando l’immagine di una minaccia estera allo stato turco.

Ciò detto, in realtà, la vittoria di Erdoğan non è stata una vittoria “indiscussa” visto che questa volta, i suoi brogli sono stati molto chiari.

Urne rubate, schede bruciate, voti non contati, oscuramenti e gatti

In una “democrazia” liberale, a prescindere dalle manipolazioni dei media e dalle politiche invariabili, i militanti del partito al governo non dovrebbero rubare le urne e bruciare gli scrutini bruciati (link)

. Ovviamente i servi del regime non ne hanno reso conto. Centinaia di urne elettorali sono state rubate in varie province e questi atti fraudolenti sono stati registrati da giornalisti e testimoni ufficiali nelle province di Ankara, Afyonkarahisar, Kütahya, Yalova ed İstanbul (link). 

Per di più, sono stati trovati centinaia di schede bruciate nella discarica comunale di Ankara, i quali erano tutti voti validi per i partiti dell’opposizione (link). Alla fine, sempre durante i conteggi, sono stati testimoniati degli oscuramenti nei quartieri più popolati delle città metropolitane, soprattutto ad İstanbul e ad Ankara. Anche se tali oscuramenti erano stati testimoniati anche durante le ultime due elezioni, il ministro dell’energia turco,Taner Yıldız ha affermato che questi erano “dovuti ai gatti che hanno bloccato i trasformatori”. Cose ottomane.

Questi fatti tragici (anzi, tragicomici) sono stati i motivi principali delle 512 petizioni per il riconteggio dei voti. Occorre notare che in alcune province i riconteggi sono stati realizzati e il partito di Erdoğan ha perso le province di Kütahya e Yalova a favore dei partiti dell’opposizione.

La domanda iniziale

Dopo aver chiarito le condizioni politiche possiamo tornare alla nostra domanda iniziale: dov’è andata la sinistra?

Innanzitutto osserviamo che la sinistra è riuscita a trarre un certo vantaggio dal calo dei voti del braccio legale dell’organizzazione separatista curda armata PKK, ovvero il BDP. Benché il partito separatista sia riuscito a consolidare il proprio potere in alcune province come Diyarbakır, Hakkari e Van, nella provincia di Tunceli (la quale ha sempre avuto una popolazione di sinistra) i partiti comunisti sono riusciti a liberare alcuni comuni dall’egemonia del PKK.

Infatti, la coalizione tra il Partito Comunista di Turchia (TKP) e la Federazione dei Diritti Democratici (un’organizzazione maoista locale) ha conquistato il comune di Ovacık mentre la coalizione tra il Partito Libertà e Solidarietà (ÖDP) e la medesima Federazione dei Diritti Democratici ha vinto nel comune di Malazgirt, sconfiggendo i candidati del BDP/PKK. Tuttavia, nessuno di questi partiti è riuscito a prendere più di 25 mila voti a livello nazionale.

Il Partito della Liberazione Popolare (HKP, che segue la dottrina del teorico marxista turco, Hikmet Kıvılcımlı) , dall’altra parte, è riuscito a prendere 22 mila voti nonostante il fatto che aveva partecipato alle elezioni per la prima volta. Il successo relativo di questo partito ha mostrato che esso gode del consenso di migliaia di comunisti nonostante le sue dimensioni.

La sorpresa più prominente è stata il relativo insuccesso del partito comunista più grande e diffuso del paese, ovvero il Partito dei Lavoratori (IP). Vari sondaggi indicavano che esso potesse prendere fino a 500 mila voti con la recente liberazione dal carcere del suo presidente e i suoi forti candidati nelle città metropolitane, nonostante la censura dei massmedia. Ciò non è successo e IP è rimasto stabile con poco più di 100 mila voti.

 D’altronde, va detto che il candidato della coalizione tra il Partito dei Lavoratori e il Partito Repubblicano del Popolo è riuscito di fatto a conquistare l’importante provincia di Ankara, la capitale, anche se la sua vittoria non è stata confermata a causa dei gravissimi brogli in corso di analisi.

Una sintesi e una previsione

La vera riflessione sociale delle ultime elezioni è stata la perdita della fiducia nel sistema elettorale. Il popolo turco che si oppone alle politiche neoliberali, guerrefondaie e reazionarie di Erdoğan si sente più alienato e non pensa più che si possa liberare da questa dittatura nel quadro del sistema elettorale attuale.

Dall’altra parte i dati economici non sono favorevoli ad Erdoğan. La lira turca ha visto una svalutazione storica rispetto al dollaro e un euro equivale ancora a tre lire turche. Questo sarebbe stato un vantaggio nelle esportazioni ma ormai la produzione nazionale turca è stata distrutta nel corso degli anni con l’entrata nell’Unione Doganale dell’Unione Europea (senza far parte dell’Unione Europea) e l’economia turca si basa soprattutto sulle importazioni. Quindi nei prossimi mesi il sistema può avere delle difficoltà nel soddisfare la domanda nazionale.

Per quanto riguarda l’economia interna in senso stretto, invece, l’inflazione ha raggiunto il punto massimo degli ultimi 8 mesi e la Banca Nazionale ha previsto che questo aumento possa continuare fino al mese di luglio. 

In altre parole, possiamo dire che la resistenza sociale contro la dittatura non è un fenomeno temporaneo.

A questo punto, il dovere dei comunisti è quello di convincere le masse popolari alla soluzione vera e non pensare solo a “cogliere l’attimo”. Il Partito dei Lavoratori ha già provato a convincere i partiti dell’opposizione ad unirsi e quel progetto avrebbe vinto comunque, nella presenza dei dati elettorali “ufficiali”. Tuttavia, ora è più chiaro che questi partiti si preoccupano solo del mantenimento del sistema e quindi sono incapaci di guidare le masse verso una vittoria definitiva.

In ogni caso, il Partito dei Lavoratori, essendo il partito comunista più grande, ha ora l’obbligo storico di unire la sinistra per preparare le masse ad una lotta concreta in questo periodo oscuro. Il Presidente di IP, Doğu Perinçek sembra di aver realizzato questa tappa offrendo la rifondazione dello storico TIP, il Partito dei Lavoratori della Turchia (il primo e fin’ora unico partito comunista della storia della Turchia ad entrare il parlamento nazionale negli anni ’60) dal quale è nata la maggior parte della diaspora comunista di oggi.

Quella Turchia aperta al socialismo…

Massimiliano Arif AY

Il decesso di Suphi Karaman, uno dei generali che nel 1960, diede vita alla rivoluzione del 27 maggio.

rivoluzion196oturchiaE’ trascorso poco più di un anno dal giorno in cui i comunisti turchi subirono una grave perdita con il decesso dell’anziano vicepresidente del Partito dei Lavoratori Suphi Karaman. Karaman era uno dei generali dell’esercito che nel 1960, diede vita a quella che le masse lavoratrici tuche ricordano come la rivoluzione del 27 maggio: esso faceva parte infatti di un comitato di unione nazionale che prese il potere in Turchia con un colpo di stato contro il governo burattino degli Stati Uniti d’America, contestatissimo dalle organizzazioni operaie e dagli studenti.

La gioventù era l’avanguardia della lotta anti-governativa e in occasione di numerosi scioperi illegali e occupazioni si scontrò più volte sanguinosamente con la Polizia. L’esercito turco in quegli anni vedeva sempre di più il Paese allontanarsi dai principi della lotta di liberazione…

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Il caso “Perinçek v. Svizzera”: la fine di una repressione

Il seguente articolo è stato pubblicato su aurorarivista.it il 5 gennaio 2014.

IL CASO “PERİNÇEK V. SVIZZERA”: LA FINE DI UNA REPRESSIONE

Il cosiddetto “genocidio armeno” è stato, da tanti anni, un evento considerato “storico” senza alcun discussione nella maggior parte del continente europeo. Secondo l’opinione generale, esso era equivalente all’olocausto, cioè al risultato di una serie di “atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso” e il popolo armeno si offendeva quando una tale atrocità veniva negata da “razzisti/nazionalisti” turchi, i quali venivano spesso “pagati” dallo stato turco per “negare” il “genocidio”. Perciò espressioni come “giovani turchi” non si dovrebbero usare e la “negazione” di questo atto indiscutibile, quando ciò fosse possibile, dovrebbe essere sanzionata.

In questo periodo abbastanza lungo, i turchi (o “nazionalisti turchi”, come venivano spesso descritti dai media) hanno sempre cercato dei mezzi per esprimersi e per dire la loro su un accusa che, secondo loro, insultava i sacrifici del loro popolo senza alcun rilevanza storica – e perciò avevano una richiesta molto semplice: un dibattito scientifico sui fatti storici.

Questa richiesta, ovviamente, è stata negata – anzi, in alcuni paesi europei sono stati proposti disegni di legge che penalizzavano la “negazione” del cosiddetto “genocidio armeno”: un tale disegno di legge è stato dichiarato incostituzionale da parte del “Conseil Constitutionnel” in Francia mentre in Svizzera, Slovacchia e Slovenia è stato approvato ed è entrato in vigore. In seguito, come in tutti i casi nella storia provocati dall’indiscutibilità”, tutti i turchi dissenzienti sono stati denominati “negazionisti” o, in altre parole, sono stati discriminati.

Uno di loro è Doğu Perinçek, dottore di diritto costituzionale e Presidente del Partito dei Lavoratori. Egli, in una manifestazione organizzata dalla comunità turca in Svizzera nel 2005, si era riferito al cosiddetto “genocidio armeno” come a “una bugia internazionale, diffusa dalle potenze imperialiste che avevano invaso il nostro paese dopo il 1918”.  In seguito, era stato impugnato da parte dell’Associazione “Svizzera -Armenia” ed era stato condannato da due corti svizzere per “discriminazione razziale” ex articolo 261bis 4° comma del codice penale svizzero, interpretato secondo il riconoscimento del cosiddetto “genocidio armeno”, la negazione del quale, nel quadro della norma menzionata, è penalizzata. In seguito, il caso era stato portato davanti alla Corte EDU a Strasburgo nel 2008.

Dopo un processo di cinque anni, nel silenzio dei media italiani, la Corte EDU ha recentemente deciso a favore di Perinçek, condannando la Svizzera per aver violato l’articolo 10 (il quale tratta della libertà di espressione) della Convenzione.

Ma come si è arrivati a questo punto dopo anni di repressione e alla presenza di un consenso pubblico in quasi tutto il continente? Adesso osserviamo i fatti storici, politici e giuridici.

La difesa di Perinçek in Svizzera

Dopo il suo discorso in cui aveva definito il cosiddetto “genocidio” come “una bugia internazionale”, Perinçek è stato detenuto dalla polizia il 25 luglio 2005 e, sempre lo stesso giorno, è stato interrogato dalla procura nel comune di Winterthur del Canton Zurigo. L’argomentazione di Perinçek durante l’indagine era basata su tre punti:

– Il concetto del “genocidio” è strettamente legale e gli eventi del 1915 non sono definibili come tali. Tali eventi riguardano una violenza interetnica (qui Perinçek usa l’espressione tedesca “völkerschlacht”) provocata dalle potenze imperialiste (tra le quali v’erano la Gran Bretagna e la Terza Repubblica Francese) in cui gli armeni sono stati strumentalizzati, massacrando circa 500.000 turchi e curdi. Peraltro, questa questione è un dato storico e non politico: perciò l’Assemblea Federale Svizzera non può decidere su di essa.

– In Turchia gli individui hanno il diritto di riferirsi agli eventi del 1915 come a un “genocidio”, mentre in Svizzera un’opinione contraria a quella dominante è sanzionata.

– Ogni Stato ha l’autorità di fare le proprie leggi, però questa autorità non è assoluta: tutte le leggi devono essere adeguate ai diritti umani riconosciuti dalla comunità internazionale. La legge a cui ci si riferisce è contraria alla libertà di espressione, garantita nella maggior parte delle costituzioni nel mondo.

Sempre durante l’indagine a Winterthur, Perinçek ha chiamato l’inchiesta “una reminiscenza dell’Inquisizione” e ha affermato: “Considero l’accusa di razzismo un insulto alla mia persona, io sono comunista e lotto per la fratellanza dei popoli.”

Due anni dopo, Perinçek si è presentato davanti alla corte penale a Losanna per le stesse accuse. Durante il processo, Perinçek si è riferito principalmente alle fonti russe e armene per fare un discorso storico affermando che “questo non è un processo giuridico”.

Nel suo discorso, Perinçek si è lamentato del fatto che le sue fonti sono state denominate “bolsceviche” nel senso “dispregiativo” dicendo: “Vedo che la Corte si piega alla malattia dell’anticomunismo invece di essere imparziale. Il comunismo è una parte del patrimonio culturale dell’Europa e la Corte non può cambiare questo dato di fatto con affermazioni dispregiative. L’Europa non può andare da nessuna parte se non riconosce l’importanza di Marx, Engels e Lenin.”

Perinçek ha continuato il suo discorso soffermandosi sulle memorie del Presidente del Partito Dashnaq armeno (il più diffuso e armato in quel periodo) e del Primo Ministro della Repubblica Armena del periodo, Hovannes Kaciaznuni , il quale ammetteva la responsabilità armena nell’intensificazione della violenza interetnica (“Dashnaktsutyun Has Nothing More to Do”) e specialmente nei massacri commessi contro la popolazione turca e curda tra il 1914 e il 1920.  Perinçek si è riferito anche alle opere dello storico armeno Lalayan (“Gosarkhiv Armenii”) ed ai racconti dei comandanti armeni (tra i quali v’erano Varaam e il famigerato Kanayan, mercenario della Wehrmacht) che avevano affermato di essere “orgogliosi di aver sradicato la presenza musulmana” nelle provincie orientali come Van.

Dopo un processo abbastanza breve, Perinçek è stato condannato a pagare una multa di 16873 franchi svizzeri e una volta terminato il processo in Svizzera, Perinçek ha impugnato la sentenza svizzera davanti alla Corte EDU nel 2008.

Il processo a Strasburgo

Durante il processo a Strasburgo, gli argomenti principali di Perinçek non  erano molto diversi da quelli che aveva portato innanzi alla corte in Svizzera:

– Il cosiddetto “genocidio armeno” è una questione storica e non politica.

– Una legge che intende limitare un dibattito storico è contraria all’articolo 10 della Convenzione.

– Il termine “genocidio” è strettamente legale e nel caso degli eventi del 1915 mancano gli elementi principali per definirli come tali.

– La cosiddetta “negazione” del cosiddetto “genocidio armeno” non è un atto che incita odio razziale verso/nella comunità armena.

La Svizzera, d’altra parte, per difendersi ha accusato Perinçek di “aver abusato dei propri diritti” ex articolo 17 della Convenzione e ha portato avanti tre argomenti principali:

– Il “genocidio armeno” è un evento riconosciuto dalla comunità internazionale e perciò siamo nella presenza di un consenso generale sulla definizione di tale evento come “genocidio”.

– C’è un bisogno sociale imperativo per sanzionare la negazione di tali eventi terribili nella storia, con lo scopo di evitare la diffusione dell’odio razziale.

– Secondo la casistica che riguarda l’olocausto la Corte ha avuto la tendenza di rifiutare la negazione del genocidio (come nel caso “Garaudy c. Francia”).

La Corte ha analizzato la situazione ponendosi cinque domande:

– Perinçek ha violato l’articolo 17?

– Le affermazioni di Perinçek hanno minato l’ordine pubblico?

– C’è un consenso generale sulla definizione del “genocidio” riguardo gli eventi del 1915?

– Gli eventi del 1915, nel senso legale, sono definibili come un “genocidio”?

– Gli eventi del 1915 sono assimilabili nella casistica riguardo l’olocausto?

Nel corso del processo, tanti dibattiti “storici” sono stati riportati nei media europei, soprattutto in quelli francesi – sempre privi della posizione turca. La sentenza, tuttavia, è stata una sorpresa per tutti.

La sentenza della Corte

La sentenza della Corte EDU è stata pubblicata il 17 dicembre 2013.

In primis, la Corte ha trattato la questione riguardo l’accusa della violazione dell’articolo 17 da parte di Perinçek. La Corte ha stabilito che non c’è stata una violazione, affermando “il sig. Perinçek non ha mai rifiutato l’esistenza dei massacri in quel periodo, e si è opposto specificamente alla descrizione di tali eventi come un ‘genocidio’. Il rifiuto alla descrizione di tali eventi come un ‘genocidio’ non può essere percepito come un atto che incita all’odio razziale. La Corte ha dunque deciso che il sig. Perinçek non ha abusato dei propri diritti esprimendo la sua opinione su una questione controversa.”

In seguito, la Corte ha trattato gli altri temi dentro il quadro dell’articolo 10.

La prima questione presa in considerazione dalla Corte è stata quella che riguardava “la minaccia all’ordine pubblico”. La Corte ha stabilito che non si poteva parlare di una tale minaccia, affermando che l’argomento della Svizzera non era “ben motivato” e che “le affermazioni di Perinçek, pur essendo discutibili, non sono provocatorie”.

La Corte ha continuato con la questione del “consenso generale”. Riguardo questa nozione, la Corte ha stabilito “Nel contesto del diritto internazionale, la Corte vede che solo 20 dei 190 stati nel mondo hanno riconosciuto la definizione di ‘genocidio’ riguardo tali eventi. Peraltro, non c’è un consenso neanche tra gli organi svizzeri. In queste condizioni, non si può parlare di un consenso generale.”

Per quanto riguarda la definizione del “genocidio”, la Corte ha affermato che era “pienamente d’accordo con sig. Perinçek nel senso che la nozione del ‘genocidio’ è strettamente legale e difficile da attribuire.  La nozione del ‘genocidio’ ha sempre avuto questa caratteristica e questa Corte non è stata convocata per determinare l’attribuibilità di essa.”

In questo contesto, però, la Corte ha fatto un’affermazione molto importante che trattava anche la quinta questione e cioè il “collegamento” tra l’olocausto e gli eventi del 1915:  “La Corte ritiene che gli eventi del 1915 non sono assimilabili nella casistica che riguarda l’olocausto, perché nei casi che questa Corte aveva trattato in questo quadro, gli applicanti negavano i fatti storici concretissimi e si trattava di un evento riconosciuto come ‘genocidio’ dalla comunità internazionale e dalle corti internazionali. Nel nostro caso, è chiaro che il sig. Perinçek non nega i crimini contro il popolo armeno limitandosi all’oppsizione alla definizione di tali eventi da parte della Svizzera, e gli eventi in questione non sono stati riconosciuti dalle corti internazionali come un ‘genocidio’. […] Perciò è ancora una questione aperta al dibattito storico.”

Alla fine, la Corte ha affermato che le corti svizzere non avevano agito secondo la dottrina del “margine di apprezzamento” e ha stabilito che la Svizzera aveva violato l’articolo 10 della Convenzione.

Le riflessioni politiche ed accademiche

La sentenza della Corte è stata accolta con entusiasmo sopratutto in Turchia e in Azerbaigian, i due paesi che non hanno mai accettato le tesi occidentali. In Armenia e in Francia, dall’altra parte, la sentenza è stata considerata “la sconfitta di una causa umanitaria”. I giuristi armeni hanno pensato  di spingere la Svizzera a fare un ricorso, partendo dalle opinioni dissenzienti, negando i grossi errori (come affermare che la Turchia è tra i paesi che hanno riconosciuto il cosiddetto “genocidio armeno”) degli autori di esse.

Nel mondo accademico, d’altra parte, la sentenza è stata accolta come “una decisione ragionevole”. Infatti, il trimestrale “Cambridge Journal of International and Comparative Law”, pubblicato dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Cambridge, ha lodato la sentenza affermando che essa “ha fermato la giurisprudenza svizzera, che stava per dare vita ad una forma di ‘dittatura del pensiero unico'”  e che “ha stabilito chiaramente che la nozione del ‘genocidio’ è strettamente legale”.

A mio giudizio la sentenza sul caso “Perinçek v. Svizzera” non ha soltanto creato un precedente nella giurisprudenza europea, ma allo stesso tempo ha prevenuto repressioni ulteriori verso la comunità turca in Europa e ha creato un nuovo piano per la realizzazione delle relazioni diplomatiche tra la Turchia, l’Azerbaigian e l’Armenia. Perciò, il suo valore non deve essere sottovalutato e deve essere discusso sotto tutti i punti di vista.

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